Noi siamo quello che mangiamo… ma anche quello che beviamo

L’estate della mia infanzia era caratterizzata da quattro mesi di vacanza, nel paese di mia madre in Romagna che si chiama“Terra del Sole” in provincia di Forlì. Il nome del comune è forse l più lungo d’ Italia “Castrocaro Terme e Terra del Sole “ con il cimitero e il municipio esattamente a metà strada tra le due frazioni.  Terra del sole di nome e di fatto: d’ Estate  il caldo era intenso e il sole picchiava come un martello e l’ aria condizionata era stare all’ ombra. Oggi là sorge uno dei poltronifici famosi della pubblicità, ma prima c’era la mia casa, con due filari di vigna. Passavo lì le mie giornate tra il campo, le viti e gli alberi da frutto insieme ad altri ragazzini.

La sera nonostante la giovane età, a volte mi era concesso di assaggiare un pochino di vino che bevevo da una tazzina di vetro fatto a forma di elefante il cui manico era una proboscide.

Erano estati lunghissime, lo scorrere del tempo era scandito dalla maturazione dei frutti: le ciliegie per prime, le pesche e le susine a metà estate, le mandorle colte a fine agosto, fino all’arrivo dell’uva e delle giuggiole che con il loro sapore agrodolce mi ricordavano che era tempo di tornare a Scuola.

Tra i vini bianchi il Trebbiano la faceva da padrone, mentre tra i rossi dominava il Sangiovese, ma ogni tanto tra i filari spiccava un grappolo lunghissimo, con dei chicchi radi , che quasi toccava terra e che prendeva il colore dell’oro a fine estate.

Quei grappoli misteriosi, così diversi, avevano un gusto particolare e dolcissimo. Affascinato dalla scoperta chiesi al mio Babbo che uva fosse e mi svelò il suo nome: Albana di Romagna. E lo disse con tono che definirei reverenziale.

Dell’uva ricordo il sapore dei chicchi di quella fragola, che potevi mangiarne a volontà e quella dell’Albana che andavo a cercare tra i filari e di cui rubavo, senza farmi notare, i chicchi più dorati.

Poi finalmente arrivava la vendemmia: le donne mettevano l’uva raccolta a mano dentro grandi casse di legno che gli uomini trasportavano su e giù per i filari con la carriola.

Una volta tutta la viticoltura era “Eroica”, nel giro di qualche giorno l’uva doveva essere raccolta, trasportata e pigiata con pigiatrice a manovella o con i piedi. La pigiatura con i piedi è un altro dei miei ricordi indelebili, ero io l’eroe addetto a pigiare piccole quantità di uva nei “bigonci”. Il mosto veniva travasato in cantina nei tini, aperti su cui ronzavano i moscerini.

Con la vendemmia si decretava la fine della vacanza, le damigiane rimanevano in cantina, ma una che ancora “bolliva” riusciva sempre a prendere posto nel bagagliaio della “fida” 500 Giardiniera e faceva con noi l’epico viaggio di 360 km verso la Capitale, portavo via con me tutti gli odori e i sapori che avrei ricordato per l’intero inverno.

Il lavoro nelle vigne era molto faticoso 50 anni fa e il vino rappresentava un Alimento essenziale pertanto occorreva produrne il più possibile: Il Trebbiano faceva il suo onesto lavoro mentre lo scopo principale dell’Albana, meno generosa, era dare colore e sapore. Infatti ogni volta che chiedevo perché l’Albana venisse mischiata avevo sempre la stessa risposta : per dare colore!

Quindi mi sorgeva spontaneo domandarmi se fosse meglio fare un vino leggermente migliore unendo i due vigneti o lasciare che si esprimessero ognuno per la sua strada.

Finalmente la mia domanda ha trovato una risposta: ad oggi ci è possibile godere l’Albana in purezza.
(Il vino si fa in vigna e da una buona uva avremo un buon vino!)

Questo vitigno si presta magnificamente a tutte le versioni: secco, dolce, passito, spumantizzato. Sa essere dolce, intenso ed avvolgente con una struttura e una morbidezza perfettamente bilanciate.

Tra i diversi assaggi degli ultimi anni, due Albana su tutte mi hanno particolarmente colpito: da considerarsi complice è stata anche la presenza di amici, con cui ho potuto condividere le mie impressioni, che hanno contribuito a rendere memorabili queste degustazioni.

La prima è della cantina Tre Monti e il nome del vino è Vitalba. Ho avuto la possibilità di degustarla prima del COVID all’enoteca Iovino di Albano Laziale. Quella stessa sera era presente il produttore che ci ha incantato con la presentazione dei suoi 40 ettari di vigna e delle 180.000 bottiglie prodotte, del Sangiovese e delle difficoltà riscontrate in Italia a fare l’imprenditore, fino ad arrivare a parlare della sua Albana. E qui finalmente il produttore ci fa capire che la passione massima viene alimentata da questo vitigno. Viatlba viene prodotta in anfora, macerata sulle bucce, e le sue 5.000 bottiglie sono realizzate come agli albori della civiltà del vino: in questo modo riescono a preservare tutte le caratteristiche. Un vino che si è presentato con tutto il suo bouquet aromatico di frutta esotica matura ed erbe aromatiche e che raggiunge i 15 gradi alcolici.

La seconda Albana è un passito della Fattoria Zerbina, lo Scaccomatto. La descrizione dell’esperto sommelier recita: L’Albana di Romagna Passito “Scaccomatto” è il capolavoro della Fattoria Zerbina e rappresenta una delle migliori espressioni di Albana di tutta la Romagna. È frutto delle dolci colline romagnole  e della vendemmia scalare in stile Sauternes. Le uve di Albana che danno origine allo “Scaccomatto” crescono su circa 3500 piante allevate a guyot, con una resa bassissima di 10 quintali per ettaro. Le uve, attaccate dalla botrite, vengono raccolte da metà ottobre fino a metà dicembre, poi vinificate in acciaio, dove parte del vino rimane in affinamento per circa un anno. Lo “Scaccomatto” accende il calice di un affascinamente colore dorato, sprigionando sentori affascinanti di agrumi canditi e spezie orientali, ma anche confettura di albicocche, miele, arancia candita e lievissime note di rosmarino. In bocca si rivela morbido e armonioso, sorretto da un’ottima freschezza e da ricordi minerali e sapidi nel lunghissimo finale. Un vino dolce, di grande carattere e longevità, capolavoro della terra di Romagna, tra i più eleganti vini passiti italiani.

Uscendo dalla divisa e dalla descrizione stile sommelier, bere questo passito è stata un’emozione che non si può descrivere, in quel bicchiere ho avuto la gioia di ritrovare l’odore, il colore e il sapore di quei chicchi d’uva matura della mia infanzia.

1 thought on “Noi siamo quello che mangiamo… ma anche quello che beviamo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *