La riscossa dei vitigni rari

Nessun altro paese, tantomeno la Francia, vanta un patrimonio così ricco di varietà. In passato anche espiantate, oggi riscoperte ed apprezzate in tutto il mondo.
La Biancolella ad Ischia, il Pignoletto sui Colli Bolognesi, il Cesanese nel Lazio, la Tintilia in Molise. E ancora l’Asprinio di Aversa, descritto da Mario Soldati come il “piccolo grande vino” con la sua tipica coltivazione ad alberata; il Nasco, antichissimo vitigno a bacca bianca che nell’entroterra di Cagliari ha trovato un terroir ideale; il Prié Blanc, capace di adattarsi alle condizioni climatiche estreme della Valle d’Aosta.
Sono solo una piccolissima parte degli oltre 500 vitigni autoctoni ufficialmente riconosciuti in Italia, uno straordinario patrimonio di diversità che nessun altro Paese può vantare.
Basti pensare che in Francia il 90% dei vigneti è coperto da una ventina di varietà, molte delle quali così diffuse a livello mondiale – dallo Chardonnay al Merlot, al Pinot Noir – da essere considerate “internazionali”.
Autoctoni sono naturalmente pure il Sangiovese – che è il vitigno a bacca rossa più coltivato in Italia, nelle sue numerose varietà con cui si producono, tra gli altri, il Chianti Classico o il Brunello di Montalcino – o il Nebbiolo – principe delle Langhe, da cui nascono il Barolo ed il Barbaresco – così come il Fiano, l’Aglianico del Vulture, il Nero d’Avola, la Barbera, il Verdicchio o la Ribolla Gialla.
Ma sono uve, queste appena citate, che godono di grande notorietà anche fuori dai confini nazionali e che sono familiari a qualsiasi appassionato di vino.
Diversa è la sorte di altri vitigni nel corso dei decenni passati: abbandonati, dimenticati o espiantati a favore di altri più comuni e riconosciuti dal mercato, in altre parole “di moda”. E spesso non perché dessero vini meno buoni, ma perché di difficile coltivazione, di scarsa resa o poco resistenti alle malattie, e dunque non adatti al fabbisogno agricolo nella società del passato.
Oggi, per fortuna, molti wine lovers cercano e celebrano nuovamente l’unicità e l’identità territoriale e così si stanno progressivamente studiando e rivalutando tante produzioni tipiche. Basti pensare al Timorasso, ad esempio, vitigno poco docile dei Colli Tortonesi, che negli anni ottanta era caduto nell’oblio – tanto più in una terra di nobili rossi – e che oggi, grazie all’ostinazione di un personaggio come Walter Massa, occupa il posto che gli spetta tra i grandissimi bianchi italiani. Suoi alcuni dei cru più emblematici, come Sterpi e Costa del Vento: vini sapidi, inconfondibili e con una grande longevità.
Ma importante è il lavoro anche di altri vignaioli come Claudio Mariotti, autore di versioni particolarmente eleganti, e di Elisa Semino de La Colombera, a Vho, produttrice del single vineyeard La Montina, dai sentori resinosi e di idrocarburi.
In Trentino, tra i tanti vitigni internazionali, non va trascurata la Nosiola, un’uva bianca fragrante e duttile da cui nasce uno dei migliori vini dolci italiani, il Vino Santo, ottimo per carattere e freschezza nella versione di Giovanni Poli Santa Massenza.
E il Raboso del Piave? E’ uno dei vitigni più antichi del Veneto, rustico e apparentemente indomabile, con un ciclo vegetativo molto lungo. Dà vita a vini dal bouquet intenso e complesso, che possono invecchiare bene.
Tra le interpretazioni più interessanti e di qualità ci sono quelle dell’Azienda agricola Cecchetto a Tezze di Piave, che produce anche un’originale declinazione spumantizzata, il Rosa Bruna, e un Raboso Passito con precisi sentori di marasca e datteri.
Nella Marca Trevigiana c’è anche la cantina Ca’ di Rajo, altrettanto impegnata nella salvaguardia e promozione del territorio del Piave attraverso la coltivazione della Marzemina Bianca o del Manzoni Rosa, ad esempio, e con un sorprendente vino Tai, ottenuto da un vigneto allevato a Bellussera, antico metodo di allevamento della vite nato appunto in Veneto a fine ‘800 per combattere il flagello della peronospera.
Complicato da lavorare è il Caprettone, vitigno vesuviano – entrato nel registro nazionale solo nel 2014 – che in passato è stato confuso con il Coda di Volpe e usato per tagliare la Falanghina. Chi, invece, l’ha capito e valorizzato è stato Massimo Setaro, pioniere della spumantizzazione con Metodo Classico sul vulcano, tanto che in questi giorni ha fatto suo il debutto anche il primo Dosaggio Zero da uva Caprettone (da vecchie vigne a piede franco): il “Pietrafumante” di Casa Setaro, bollicina di grande freschezza e sapidità, con note agrumate. Unica nel suo genere, appunto.
Anche la Sicilia vanta una grande ricchezza ampelografica. Dall’Etna, naturalmente, dimora del Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio e Carricante, territorio protagonista della nouvelle vague della viticultura siciliana, alla zona del ragusano dove è protagonista il Frappato, vitigno che, insieme al Nero d’Avola, contribuisce all’unica DOCG della Regione, il Cerasuolo di Vittoria.
Ma è in purezza che si possono apprezzare tutte le caratteristiche – profumi intensi e fruttati, freschezza e versatilità negli abbinamenti – di questo vitigno di cui si trovano testimonianze già nel 1600.
Ecco perché gli autoctoni vanno scoperti, studiati, tutelati e valorizzati: rappresentano la ricchezza enologica italiana che il mondo ci invidia, sono vini che esprimono la simbiosi con il terroir e sono l’antidoto ideale all’omologazione del gusto.

2 thoughts on “La riscossa dei vitigni rari

  1. Giuseppe Risposta

    Concordo pienamente. Sicuramente è la strada giusta giusta per distinguerci dai “cugini” e dare sfogo alla curiosità ed alla passione del grandissimo pubblico degli amanti del vino acquistando grosse fette di mercato.

    • admin Risposta

      Sicuramente in Italia abbiamo ancora molti vitigni dalle potenzialità inespresse. Il mercato è ancora troppo influenzato dalle STRADE gia battute e quindi più sicure da percorrere. Ma senza dubbio abbiamo un tesoretto che, se sfruttato adeguatamente, può diventare l’ago della bilancia.

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