Bando agli estremismi sul vino naturale

A tutti giù in cantina non ci siamo mai risparmiati sull’offerta degustativa. Metodo classico o charmat. Biologici, biodinamici, vini dolci in versione spumante o secco. Uva appassita in vigna o sui graticci. Viticoltura eroica e metodo ancestrale. Li abbiamo assaggiati in tutte le salse, inclusi, ovviamente, i vini naturali. E su questi ultimi spendiamo una parolina in più. O forse due.

Il vino naturale è un argomento scottante. Ultimamente troppo scottante. Tanto che scrivere di questo tema può diventare un boomerang. Certo perché in un modo o nell’altro bisogna schierarsi. Ma è proprio così? È necessario? Questo non vuole essere il solito articolo pro o contro il movimento. Già si è detto fin troppo. Da coloro che battono il martello sull’impossibilità che il vino possa essere naturale, proprio perché il decorso dell’uva dopo il raccolto non è la trasformazione in vino se non per opera dell’uomo e dei mezzi a sua disposizione. Fino alla schiera di coloro che il vino naturale “o te le bevi subito oppure dopo tre mesi sa di aceto”. D’altra parte ci sono invece i fautori del ritorno alla natura. Un vino senza chimica e senza l’invasione del fattore umano. Niente pesticidi perché fanno male all’uomo e alla natura. Così come gli erbicidi. E anche gli insetticidi. Magari te lo dicono fumando una sigaretta, ma questo è un altro discorso.

Certo il nome desta incomprensioni, qualcuno potrebbe chiedere dove si raccolgono le bottiglie di vino naturale. Se eventualmente esistono dei filari di Barolo da 0,75L del 1999 o un vigneto di Franciacorta Magnum che bisogna solo etichettare. E a questi viene risposto che l’uva per il vino naturale si raccoglie esclusivamente in cassette a differenza di quelle aziende che producono 4,5 milioni bottiglie e che utilizzano le vendemmiatrici creando danno alla natura, l’ambiente e riducendo i posti di lavoro. Ma anche questo è un altro discorso.

Si potrebbe fare un prontuario di affermazioni che ruotano intorno al vino naturale, spesso intrise di frasi fatte.

In realtà la tematica si ritrova in cul de sac. Il vino naturale come riconoscimento giuridico e legislativo non esiste, e l’unica strada percorribile è la registrazione delle stesso. Scoperta l’acqua calda. Vero. Come è anche vero il motivo per cui nonostante basti così poco, ormai da anni questa strada non venga battuta. Eppure in Francia sono riusciti a farsi riconoscere formalmente dal legislatore, in barba al volere dell’Europa. E in barba anche a tutti i vignaioli non francesi che fanno vini naturale e che si trovano in concorrenza contro un competitor che può certificare il proprio lavoro. Ma in questo i francesi sono bravi, molto bravi. Quando si tratta di vendere le proprie eccellenze non fanno sconti a nessuno.

Ma alla fine delle fiera, chi può definirsi “vin méthode nature” ? Tutti i vini le cui uve sono raccolte a mano, da viti allevate con agricoltura biologica certificata e la fermentazione deve essere fatta solo con lieviti naturali. Sono vietate tecniche in vinificazione come la filtrazione a membrana a flusso incrociato, la pastorizzazione flash, l’arricchimento dei mosti per osmosi inversa, la termovinificazione l’utilizzo di pratiche aliene, patti con il diavolo e l’imbottigliatore alimentato con reattore nucleare RBMK. I solfiti sono ammessi solo fino ad una quantità di 30 mg/litro. Insomma non ci voleva poi tanto. Ma che ne pensano le grandi industrie e tutti quelli che non fanno vino naturale? Mi chiedo. Se esiste un vino naturale allora esiste anche un vino non naturale. Quindi tutti coloro che non riportano in etichetta questa dicitura fanno un vino anti-natura. Non è un bello slogan.

E’ passato un anno da quando questa tipologia di vini è stata riconosciuta in Francia. E in dodici mesi non c’è stato un passo indietro dell’Europa, ma neanche un passo avanti dell’Italia.

Torniamo però al nocciolo del nostro articolo, e non quello del RBMK, perché non possiamo sviscerare contenuti così ingombranti  in una sola volta. Ma questo vino naturale che tanto crea astio tra promotori e oppositori hai il suo cul de sac nella via di mezzo, l’unica percorribile. Chi ha ragione? Ovvio, nessuno dei due. E l’escamotage per uscire da questa impasse ce la forniscono proprio i francesi, che per non scontrarsi con l’Europa hanno inserito il “tag” méthode. E allora riduciamo tutta la contesa intorno al metodo.

Come anticipato ad inizio articolo, a tutti giu in cantina proponiamo vini in tutte le salse, o meglio in tutti i metodi. Questo pone il degustatore di fronte ad una proposta metodologica talmente abbondante che diventa impossibile il campanilismo sul vino. Ovvero decadono le logiche di schieramento che somigliano sempre più al supporter che non al degustatore. Perchè in fondo il primo principio di una buona bevuta è quella di approcciarsi al vino senza pregiudizi. Abbattiamo quindi la cattiva abitudine che ci si possa affezionare al vino naturale o odiarlo così come si possa amare o odiare una squadra di calcio. Fuori i fan. Restano i degustatori. In fondo nonostante si possa essere più affascinati dagli spumanti metodo classico rispetto agli charmat o viceversa, non ci vietiamo di assaggiare l’uno o l’altro. Scoprendo vini diversi che hanno entrambi, a modo loro, pregi e difetti. E scopriamo che non tutti i metodo classico ci fanno esaltare. Così come come nei metodo charmat. E scopriamo che in entrambi ci sono vini favolosi.

Bene da un anno a questa parte muoiono i vini naturali e nascono i vini fatti con metodo naturale. Alcuni saranno ottimi , altri pessimi, altri bevibili, alcuni interessanti. Esattamente come tutte le altre tipologie di vino. Si resetta quindi la diatriba tra fans dei vini naturali e oppositori. Nasce una nuova diatriba, tra coloro che fanno ottimi vini naturali, coloro che fanno buoni vini naturali o discreti vini naturali fino all’offerta dei pessimi vini naturali. Ma sempre restituendo la soggettività al degustatore, perché sarà proprio lui, in base alla sua percezione a valutarne la qualità.

Ma quindi, alla fine cosa resta? Resta che fare vino naturale diventa un metodo, come ce ne sono tanti. Se la vediamo in questo modo decadono tutte le “buone intenzioni” dei naturisti. In buona sostanza, apprezzo il rispetto dell’ambiente, il fatto che si scelgano acino per acino e si adagiano in cassette, che si faccia ascoltare la musica all’uva e che magari l’unico erbicida che si utilizza sia la speranza che non accada nulla. Ma alla fine se il prodotto è ottimo lo si acquista, se non lo è non si acquista. Proprio come avviene per tutti i vini del mondo. Direte “Beh ma dovendo acquistare tra due vini pessimi ma uno di coltura convenzionale e uno di coltura naturale, allora meglio il secondo così si rispetta l’ambiente.” Eh no!!! tra due vini pessimi, se vuoi rispettare l’ambiente, scegli l’acqua minerale.

Ma non abbiate paura. Chissà che al prossimo tutti giù in cantina l’offerta per scoprire i vini naturali sia ampia. Magari ne sorseggeremo alcuni insieme. E potremmo anche discuterne, ma esclusivamente del metodo. Perchè tutti i gusti son gusti. L’importanza è non negarsi la possibilità di assaggiarli in nome di una non chiara forma di fanatismo sul prodotto vino.

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